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7 settembre 2007

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 Dio e Allah monopolizzano i fanatici, malcontento fra le divinità minori

Il dio Osiride: «C'è mica qualcuno disposto ad ammazzare nel mio nome?»
Osiride
MONTE OLIMPO. Una tradizione gloriosa, un culto fiorente, templi grandiosi, e spesso un aspetto molto più seducente e pittoresco dei loro colleghi più famosi: eppure per loro nessuno si disturba a uccidere una cimice, e quanto a suicidarsi, nemmeno a parlarne. I fiumi di sangue si versano solo per quei tre: Jahvè, Dio e Allah. E nei pantheon delle divinità meno appetite dai fanatici serpeggia l'avvilimento. «L'integralismo, nel nostro giro, ha sempre rappresentato uno status symbol - osserva uno sconfortato Zeus -. Se non hai qualcuno disposto a massacrare i propri simili su tua ispirazione perdi qualsiasi credibilità. Io e i miei figli Apollo, Artemide e Atena ne sappiamo qualcosa. Ma forse la colpa è nostra. Non abbiamo saputo educare a dovere i credenti, gli abbiamo insegnato ad amare troppo questo mondo, senza inculcargli un po' di spirito di sacrificio. E niente paradisi goduriosi pieni di belle ragazze e roba simile. Così, quando i cristiani li hanno obbligati a scegliere fra la morte e il battesimo, i nostri fedeli si sono fatti convertire senza fare una piega».
Proprio sul monte Olimpo in questi giorni è in corso un megasummit plenario fra le divinità minori di tutto il mondo, dal messicano Quetzalcoatl al celtico Belenos, dal fenicio Melqart all'egizio Osiride, per mettere a fuoco la situazione e individuare una strategia di rilancio. Molti degli intervenuti hanno additato nel politeismo il maggior elemento di debolezza: «I monoteismi si riconoscono in un unico dio-leader - sintetizza un battagliero Apollo -, noi siamo troppi, e per di più divisi e gelosi gli uni degli altri. Basti pensare a quel che succedeva qui da noi in Grecia: se un mortale adorava troppo Afrodite, Hera si ingelosiva, se si offendeva Poseidone, Ares gongolava. Io stesso sono stato rovinato dalla presunta rivalità fra me e Dioniso, una pura invenzione giornalistica che ha fatto danni incalcolabili specie in arte e letteratura. Insomma, il fanatico ha bisogno di certezze, se no si disorienta, deve fare una scelta ragionata, e quando comincia a ragionare addìo fanatismo». Un'analisi spietata che tuttavia incontra molte critiche, specie nella rappresentanza induista: «La nostra forza è proprio il pluralismo - afferma Ganesh -, noi in India contiamo migliaia di dei, eppure qualche fanatico assassino siamo riusciti ad arruolarlo, i Thugs della mia collega Kalì dove li mettete? L'importante è mostrarsi uniti nelle battaglie decisive, senza schiacciare le diverse identità sotto una leadership di comodo. E soprattutto, bisogna offrire agli integralisti un sogno, una prospettiva a lungo termine». Il solito paradiso con le odalische o con gli angioletti? «No, questa è la classica panzana elettorale. Noi dèi induisti, ad esempio, proponiamo la reincarnazione, un'alternativa più ragionevole ma anche spiritualmente stimolante, che, fra l'altro, sdrammatizza l'assassinio e il suicidio». E dire che proprio gli dei pagani hanno offerto ai monoteismi spunti di sicuro successo. «La storia delle belle fanciulle che accolgono gli eroi morti in guerra - puntualizza il vecchio Odino - l'abbiamo lanciata noi per primi, con le Walkirie. Purtroppo le ragazze del Walhalla avevano il look sbagliato. E poi non la davano via tanto facilmente».
(25 ottobre 2002)




permalink | inviato da Soqquadro_ il 7/9/2007 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


10 luglio 2007

Anti-Medicina Amorale

Il mondo visto da una dimensione parallela dell'intervento della Dott.sa Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
 
"La diagnosi della fertilità maschile attraverso l'analisi del seme non è per sé immorale. Nessun esame diagnostico è infatti sbagliato in quanto diagnostico; semmai può esserlo per le motivazioni con cui viene richiesto - es. l'aborto eugenetico -, o per i rischi connessi.

Occorre tuttavia che il metodo di prelievo sia morale, e perciò che sia evitata la masturbazione. La masturbazione è infatti un grave male morale, in quanto scolla radicalmente la sessualità dal suo senso e il piacere sessuale dal suo contesto specifico (nella fattispecie da quell'atto coniugale caratterizzato da un significato procreativo e da un significato unitivo); come tale non può mai essere giustificata, nemmeno per un fine buono.
[...] 
Esistono tuttavia tecniche di prelievo del seme eticamente accettabili anche in assenza dell'atto coniugale, come la MESA (Microsurgical Epididymal Sperm Aspiration, cfr. M.L. Di Pietro-E. Sgreccia, Procreazione assistita e fecondazione artificiale tra scienza, bioetica e diritto, La Scuola, Brescia 1999, p. 33). Questo metodo richiede l'anestesia generale del paziente e permette di recuperare spermatozoi che non hanno, però, completato il primo ciclo di maturazione (e ciò richiede un processo di capacitazione in laboratorio abbastanza elaborato)."


Nel mondo normale mi piacerebbe vedere quale uomo, semplicemente sano di mente preferisce l'anestesia totale ad una sega!!! Di questo passo la fellatio verrà perseguitata come "cannibalismo". E quanta gente mi toccherà andare a trovare in galera, poi???




10 luglio 2007

(Ma la barba cresce anche sottopelle?)

 Si chiama Human papilloma virus la nuova frontiera di confronto etico fra laici e cattolici perché a sollevare il dibattito, in verità negli ultimi mesi di per sé piuttosto infuocato, è la notizia dell'arrivo sul mercato italiano di un vaccino che servirebbe a prevenire da alcuni ceppi di questo virus, causa nelle donne di una serie di patologie all'apparato genitale tra cui il tumore al collo dell'utero. Come già accaduto per l'uso del profilattico oppure per l'accesso all'anestesia epidurale durante il parto, il progresso biomedico e le sue conquiste non vengono infatti recepite in modo univoco nello stesso mondo scientifico, come testimonia appunto il recente studio apparso sulla rivista "Medicina e morale", pubblicata dal centro di bioetica della facoltà di Medicina e chirurgia Agostino Gemelli dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Roma. Nella pubblicazione Maria Luisa Di Pietro, Zoya Serebrovska e Dino Moltisanti infatti pongono una riflessione in merito alla promozione da parte del ministero della Salute della vaccinazione alle giovani adolescenti di 12 anni, un'operazione che partirà il prossimo gennaio e che secondo loro dovrebbe essere valutata non solo dal punto di vista clinico, ma anche tenendo conto del "bene globale" della persona. "Il punto - si legge nel testo - è che la vaccinazione generalizzata delle donne è si in grado di proteggerle dal cancro al collo dell'utero, ma questa proposta fa sorgere alcune serie preoccupazioni di carattere etico". Un timore che si lega al fatto che l'Hpv rientra tra le Mst, cioè le malattie sessualmente trasmissibili, le quali destano preoccupazione proprio nei tre studiosi che hanno elaborato il testo: secondo loro infatti il vaccino rischierebbe di comportare "ulteriori cadute di valori, il rafforzamento di una comune accettazione da parte dell'opinione pubblica dei comportamenti sessuali promiscui e probabilmente una maggiore diffusione della malattia". Del resto, aggiungono i ricercatori, "quando sono coinvolte ragazzine minorenni, abbiamo a che fare con persone i cui valori morali sono in formazione e che non sono ancora considerate legalmente responsabili". Una valutazione che trova, nel loro ragionamento, anche un appiglio scientifico nel fatto che "l'infezione da Hpv non è una emergenza sociale" essendo "il risultato di un comportamento a rischio, di una attività sessuale precoce e promiscua". 

http://www.aprileonline.info/3387/laici-e-cattolici-divisi-da-un-virus

Quindi crepa, che te lo meriti???!!!! (Soqquadro)
PS: Allegri, qui siamo in Vaticalia, quindi i medici che fanno le vaccinazioni contro il papilloma non verranno sgozzati come i loro colleghi del pakistan che prevengono la poliomelite.  



10 luglio 2007

Fatevi crescere una bella barba, così non si fa più confusione!!!!

 Melbourne, 9 lug. (Adnkronos/Ign) - Di cognome fa Hell, 'Inferno', pertanto non può essere iscritto in una scuola cattolica. E' successo a Melbourne, in Australia, dove il collegio 'San Pietro' ha negato l'ammissione al piccolo Max, 5 anni. Ne hanno dato notizia le autorità scolastiche, precisando che in un primo momento l'iscrizione era stata accettata, con la condizione che risultasse il cognome della madre, Wembridge.

I genitori del piccolo hanno poi però cambiato idea, probabilmente irritati dalla rigidità dei dirigenti della scuola, che a quel punto hanno negato l'iscrizione. Salvo anche loro tornare sui propri passi a causa dell'interesse dei media per il caso, ma ormai troppo tardi per il padre e la madre di Max.

"Siamo vittime del nostro cognome - ha detto all''Herald Sun' Alex Hell, spiegando di essere di origine austriaca e che in lingua tedesca Hell significa 'brillante' - Il collegio ha fatto marcia indietro e alla fine ha accettato Max, ma perché deve andare in quella scuola dopo essere stato discriminato?". Secondo il responsabile dell'Istruzione cattolica nello stato di Vittoria, Stephen Elder, l'uso del cognome della madre era stato proposto per "aiutare il bambino nella fase di adattamento a scuola".



6 luglio 2007

Islam e veleni

 da Corriere della Sera del 5 luglio 2007, pag. 38

di Christopher Hitchens

Se nello scorso weekend le cose fossero andate in maniera appena diversa, le strade di Londra e l'area del check-in dell'aeroporto di Glasgow sarebbero state cosparse di corpi smembrati e carbo­nizzati. E questo doveva avvenire, secondo gli auto­ri, «per grazia di Dio». Qualunque sia la nostra perso­nale concezione di Dio, possiamo almeno convenire che questa orribile professione di fede va presa sul serio. Invece, è stata esaminata minuziosamente qua­si ogni altra possibile spiegazione.

Il New York Times del 30 giugno riportava le opi­nioni di tre persone, una delle quali attribuiva l'atro­ce fallito attacco di Londra alla politica estera dell'ex primo ministro Tony Blair; un'altra (un diplomatico neozelandese) si sentiva «sorprendentemente conten­ta», e la terza, indicata come un «britannico di origi­ni indiane», si diceva preoccupata del fatto che «se passassi per quella strada, potrebbero sospettare di me». Chiaramente pensava alle autorità britanniche, non ai gangster musulmani che hanno dichiara­to aperta la caccia a tutti gli hindu come agli ebrei, ai cristiani, ai laici e ad altra spazzatura atea o infedele. Il giorno dopo, lo stesso giornale ci informava che la Gran Bretagna ospitava «una popolazione sud-asia­tica priva di diritti civili». Quale fosse il presupposto di tale affermazione non era spiegato.

In entrambi i rami del Parlamento vi sono parec­chi esponenti musulmani, a cui sovente è permesso fare le dichiarazioni più assurdamente infuocate, co­sì come vi sono vari collegi elettorali in cui il voto islamico tiene i candidati di tutti i partiti in uno stato di difficile equilibrio tra quel che si possa o non si possa dire. Certo, i gruppi musulmani estremisti boi­cottano le elezioni e dichiarano la democrazia estra­nea alla loro fede, ma questo non vuoi dire che non hanno diritti civili.

Solo in coda all'articolo si dava atto che l'auto-bomba poteva essere stata parcheggiata davanti a un club di Piccadilly perché era la «sera delle signo­re» e che l'esplosione poteva avere lo scopo di far uscire in strada la gente, in modo che potesse essere meglio bruciata e fatta a pezzi dall'esplosione di una seconda macchina, carica di chiodi e benzina.

Dato che sappiamo che nel 2004 fu progettato un attacco quasi identico a un club chiamato Ministry of Sound, giustificato con il fatto che della morte di «rifiuti» o di «puttane» non sarebbe importato a nes­suno, sarebbe stato più semplice accettare l'eviden­za. Gli aspiranti assassini non volevano semplice­mente fare a pezzi qualcuno, ma fare a pezzi delle donne in particolare.

Immagino che vi sarà chi, per qualche ragione, vorrà sottrarsi a questa conclusione, ma evidente­mente non avrà visto il recente servizio sul Channel 4 della tv britannica, «Undercover Mosque» (La mo­schea segreta) o il reportage di Christiane Amanpour su Cnn, «Special Investigations Unit». In queste trasmissioni, i fanatici musulmani britannici

esponevano chiaramente i loro programmi. Davanti alla telecamera, personaggi di rilievo come Anjem Choudary hanno dichiarato il loro amore per Osama Bin Laden e hanno rifiutato esplicitamente di de­finire l'Islam una religione di pace.

(...) Ai bianchi liberali che esitano ad accettare questi fatti, si potrebbe ribattere con qualche osser­vazione. La prima è che da anni siamo stati avvisati del pericolo, da britannici anch'essi di origini asiatiche come gli scrittori Hanif Kureishi, Monica Ali e Salman Rushdie. Qualche tempo fa ho conosciuto lo scrittore Nadeem Aslam, la lettura del cui libro Map­pe per amanti smarriti (Feltrinelli) è senz'altro consi­gliata. Aslam sa quanto sia pesante il prezzo dei matrimoni combinati, della dote, del velo e degli altri aspetti della cultura feudale del Pakistan rurale che sono stati trapiantati in alcune parti di Londra e del­lo Yorkshire.

Secondo stime sue e di altri, nello Yorkshire più del 70 per cento dei difetti alla nascita è riferibile a una minoranza di non più dell'undici per cento della popolazione. Quando una nota esponente socialista in parlamento, Ann Cryer, ha richiamato l'attenzio­ne su questa tremenda situazione nel suo collegio elettorale, è stata subito accusata di - beh, potete immaginare di che cosa sia stata accusata. La scioc­ca parola «islamofobia», usata acriticamente dalla Amanpour nel suo documentario, per altri versi as­sai efficace, è stata la meno pesante che ha dovuto sentire.

Nel frattempo una solidarietà di clan estremamen­te autodistruttiva, «fobica» verso chiunque sia ester­no ad esso, diviene il presupposto per predicare il culto della morte. Lo dico perché, se vi è una dimen­sione «etnica» nella questione islamista, allora, alme­no in questo caso, ne sono responsabili gli islamisti stessi.

L'aspetto più evidente di tutte le teocrazie è la re­pressione sessuale e la conseguente determinazione nell'esercitare un controllo assoluto sulle donne. In Gran Bretagna, nel XXI secolo, vi sono delitti d'ono­re, matrimoni combinati, mogli picchiate su manda­to di autorità religiose, incesti a tutti gli effetti anche se non gli si da questo nome, e l'adozione di vesti per le donne che non si sa se siano scelte da loro, ma che si vuole vadano considerate una questione di libera espressione (proprio così!).

Questo sarebbe già grave se fosse confinato alla sola «comunità» musulmana. Ma, naturalmente, un veleno del genere non può restare confinato, e i fana­tici della teocrazia ora chiedono il diritto, che discen­de da Dio, di uccidere donne a caso per poco più di quel che a loro sembra immodestia.

Il minimo che possiamo fare, di fronte a un male tanto radicale, è guardarlo negli occhi (ciò che esso cerca di evitare) e chiamarlo con il suo nome. Comin­ciamo col dire che sono le donne vittime di questa tirannia ad essere «private dei diritti civili», mentre molto di peggio della «privazione dei diritti» attende chi osi dissentire.



6 luglio 2007

Liberaci dagli ipocriti, piuttosto dacci i tedeschi!

 
L’outing della ministra «Io amo una donna»

• da Corriere della Sera del 5 luglio 2007, pag. 19

di Maria Laura Rodotà

Mentre nell’Europa dell’Est sale la marea omofobica; mentre in Italia la politica al femminile ribolle di proclami sulla famiglia tradizionale uniti a gite dal parrucchiere; mentre succede tutto questo, in Germania una democristiana vicepremier di un Land importante — nonché ministro della Cultura, nonché portatrice di un taglio semicorto a bassa manutenzione — dichiara pubblicamente di stare con una donna. Lei è Karin Wolff, 48 anni non botulinati, numero due dell’Assia (capitale Wiesbaden, città principale Francoforte), protagonista di un coming out sobrio ma clamoroso. Ha portato la fidanzata, Marina Fuhrmann, medico osteopata, a una festa della Bild, primo quotidiano popolare tedesco. Ottenendo un titolone sensazionale in prima, «Ministra della Cdu—Io amo una donna!», e un commento più che incoraggiante visto il giornale non liberalissimo: «Che donna coraggiosa ».

Coraggiosa nel raccontare la banalità della storia. Ha conosciuto Fuhrmann due anni fa andando nel suo studio per un mal di schiena. Hanno cominciato a frequentarsi, sono diventate amiche, dopo più di un anno si sono messe insieme. Hanno «molti interessi in comune, lo sport, la musica, la lettura». Wolff ha aspettato a farsi vedere con lei, ma «è normale; è normale cercare di conoscersi bene prima di presentare un nuovo partner». E prima di farsi fotografare insieme, in tailleurs pantalone crucchissimi-da-cerimonia, brindando con calici di vino bianco; sorridendo con l’aria pacificata-miracolata di chi ha trovato il Vero Amore nella mezza età (e un vero amore che cura la schiena incriccata, molte quarantenni etero la invidiano, di sicuro).

Insomma, una bella coppia. Non bella secondo i canoni attuali, anche in politica; ma rasserenante, affettuosa, civile. Le due signore sembrano difficili da classificare come malate bisognose di cure psichiatriche; come ha definito tempo fa i gay una potenziale omologa di Wolff, Paola Binetti, cristiana del futuro Partito democratico (nessuno pretende che si fidanzi con una osteopata, per carità). E sono impossibili da archiviare come nuove icone della cultura edonista-senza Dio-senza valori. Wolff non è di sinistra, è laureata in Teologia evangelica a Magonza, ha insegnato religione. Come ministro però ha preso posizioni ultra-laiche. Sul velo islamico nelle scuole — in Germania sono i Lander a stabilire se si può portare o no — ha dichiarato: «Non si tratta di folklore o di un simbolo di conciliazione. Il velo è professione di fede e perciò non ha spazio nelle nostre classi». Semplice.

Come è stata semplice la sua uscita da politica democristiana lesbica; e chissà se in Germania, o in Europa, il caso Wolff aiuterà qualche sua collega a uscire dall’ipocrisia e dalla auto-negazione; rendendo più semplice la vita di tante altre donne. Certo, scriveva il tedesco Bertolt Brecht, la semplicità è difficile a farsi (oddio, lui parlava del comunismo, oggi ci si accontenta di molto meno, anche di unioni con chi si vuole alla luce del sole, per dire).


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permalink | inviato da Soqquadro_ il 6/7/2007 alle 0:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 luglio 2007

Quando i fondamentalisti islamici non bastano

 
Per la chiesa cattolica i diritti delle donne “esulano dalla cultura africana”…

di Antonella Spolaor

Il presidente della conferenza dei vescovi del Kenya, riunitasi il 3 luglio a Nairobi, si è scagliato contro il Protocollo aggiuntivo alla carta africana dei diritti umani sui diritti delle donne, adottato dall’Unione Africana nel luglio del 2003 ed entrato in vigore il 25 novembre del 2005. L’Arcivesovo John Njue si è appellato al governo del Kenya affinché non ratifichi il documento perché, tra gli altri, prevede il diritto delle donne alla libertà di pianificazione familiare e all’interruzione di gravidanza.

L’ostilità della chiesa cattolica al Protocollo di Maputo era già stata esplicitata da Benedetto XVI nel suo intervento alla conferenza del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede nel dicembre scorso, ponendo l’accento su come gli “attentati alla vita fin dal suo concepimento” che si perpetrano nei paesi dell’occidente, si stiano estendendo “anche in quelle regioni dove la cultura del rispetto della vita è tradizionale, come in Africa, dove si tenta di banalizzare surrettiziamente l’aborto attraverso il Protocollo di Maputo, così come attraverso il Piano d’azione adottato dai ministri della Sanità dell’Unione Africana”.

Il fatto è che il Protocollo di Maputo è uno dei documenti più avanzati nell’ambito della promozione e tutela dei diritti umani, civili e politici delle donne africane.

Questo trattato infatti è composto di 32 articoli che sanciscono un ampio panorama di diritti finora mai compresi nella loro totalità da nessuna costituzione africana, come il diritto all’eredità da parte delle vedove, il diritto al divorzio tutelato, il diritto alla partecipazione alle competizioni politiche e al mondo del lavoro, il divieto del matrimonio forzato e di quello precoce, il diritto alla integrità fisica e il divieto di tutte le pratiche tradizionali dannose come le mutilazioni genitali femminili.

E non è un caso che l’Unione Africana abbia voluto includere, con grande senso di responsabilità, in uno stesso documento i diritti economici delle donne e quelli di libertà individuale, civile e politica, senza cedere alla adozione di un testo di compromesso che tralasciasse i diritti della “salute riproduttiva”. Il Piano d’azione dei Ministri della Salute dei paesi membri infatti prevede la legalizzazione, il libero accesso e la ampia diffusione dei sistemi contracettivi, oltre alla legalizzazione e regolamentazione dell’interruzione di gravidanza. D'altronde, come ha avuto modo di dire il Vice Presidente del Kenya alla conferenza dei capi di stato africani su “Diritti umani e mortalità materna”, oltre 15.000 bambine kenyane abbandonano ogni anno la scuola secondaria a causa di gravidanze indesiderate e delle 68.000 donne che ogni anno nel mondo muoiono di aborto clandestino o in condizioni di non sicurezza, 30.000 sono africane.

Considerare dunque questo documento come qualcosa che “esula dalla cultura africana”, come è stato espresso anche dai vescovi del Ruanda, del Burundi e della Repubblica Democratica del Congo, significa ignorare quella che invece è la volontà di cambiamento e di progresso degli africani, che i governi giustamente interpretano riportando al centro della politica il rispetto della persona e delle sue libertà fondamentali.

Sono infatti già 21 i paesi membri dell’Unione Africana che hanno ratificato il Protocollo di Maputo e che con il sostegno di un tenace e convinto movimento della società civile si preparano a cambiare il volto di questo continente attraversato da guerre, carestie, povertà e ingiustizie, subite soprattutto da donne e bambini, le principali vittime dell’AIDS, delle morti da parto, per causa delle mutilazioni genitali, per fame, per malattia.

Sono queste le voci che la chiesa dovrebbe avere la compassione di ascoltare, sostenendo il progresso dell’Africa verso un assetto di giustizia e democrazia anziché difendendo una presunta “africanità” che esiste oramai solo nelle elucubrazioni più oscurantiste di alcuni obsoleti relativisti.



28 giugno 2007

Il colpevole silenzio sui diritti umani.

 Inizia a Brescia ed è subito rinviato il processo al padre assassino di Hina Saleem, la ragazza di origina pakistana barbaramente uccisa in nome di una cultura religiosa deformata, spietata, criminale e criminogena. Non bastano le parole a chi come noi vive nel culto della libertà di pensiero e di comportamento per denunciare la cultura totalitaria basata su presunte rivelazioni di immaginarie entità soprannaturali, di volta in volta interpretate, sempre in peggio, da singoli personaggi o involutesi nelle regole tribali di specifiche comunità. Abbiamo invece notato con dispiacere l' assenza delle organizzazioni storiche del movimento femminista italiano fra i richiedenti la costituzione di parte civile, avanzata invece dall' Acmid (Associazine di donne marocchine) anche se putroppo è stata respinta dal Tribunale. Notiamo con ancora più dispiacere che deputate, senatrici e donne celebri "de sinistra" hanno disertato un avvenimento in cui una presenza femminile qualificata avrebbe dato un segno visibile di solidarietà. Questo ruolo è stato assolto, e ci congratuliamo con loro, dalla deputata di AN Daniela Santanchè e la signora Anselma Dall' Olio-Ferrara, sulle cui posizioni espresse in altre circostanze abbiamo avuto molte valide ragioni di indignarci. E tuttavia loro oggi c' erano rendendo più vistoso il vuoto di altre esponenti politiche. Ma più vistoso di tutti è stato il vuoto delle istituzioni che potevano essere rappresentate dal Comune di residenza di Hina (o anche dalla Provincia e dalla Regione) per una costituzione di parte civile che avrebbe dato un senso di pubblica condivisione dei diritti di libertà stroncati dall' assassinio

nogod.it



26 giugno 2007

APPELLO DELLE DONNE MAROCCHINE

 Il 28 giugno avrà luogo a Brescia la prima udienza del processo ai responsabili dell’assassinio di Hina Salemme. Come è noto, la nostra Associazione ACMID-Donna onlus (associazione donne marocchine) si è costituita parte civile in questo processo: vogliamo giustizia per Hina e chiediamo che il suo sogno di libertà non venga dimenticato.
Il 28 giugno, dunque, l’Acmid sarà a Brescia. Ci auguriamo che quel giorno siano presenti al nostro fianco anche molte di voi per sostenere tutte insieme compostamente e civilmente, donne immigrate e donne italiane, la memoria e il sacrificio di Hina.
A quante vorranno accompagnarci, l’Acmid mette a disposizione mezzi di trasporto gratuiti dai luoghi di residenza.

Per informazioni, contattate info. www.acmid-donna.it
http://www.acmid-donna.it/

Tribunale di Brescia Via V. Vittorio Emanuele II, 96

28.06.2007 alle ore 8.30

douniaettaib@yahoo.it

Grazie, Dounia

Spero che almeno qualcuna, fra le mie lettrici, avrà la possibilità di rispondere a questo appello. Spero che qualcuno, anche se non potrà partecipare, vorrà almeno raccoglierlo e riproporlo nel proprio blog e inviarlo alla propria mailing list: è il minimo che possiamo fare.

                                          

barbara
Accolgo e aderisco all'appello diBarbara, ringranziandola per la notizia



23 giugno 2007

Family equality act

 

22/6/07 – Non le vedi mai sedersi su una panchina con l’avviso verniciata di fresco. Hanno occhi dappertutto (Joyce, Ulisse)

Con il coraggio che ha fino ad oggi ha segnato la sua vita Emma Bonino ha proposto al dibattito un tema pesante per teste pensanti. E cioè equiparare l’età della pensione delle donne a quella degli uomini. E per tre buoni motivi: perché le donne vogliono rimanere nel mondo del lavoro perché sanno che se ne escono difficilmente potranno tornarci; perché sanno che cinque anni di contribuzione in meno si tradurranno in una pensione minore e a maggior rischio di erosione; perché sanno che, tornando a casa, finirebbero col fare le bambinaie ai nipotini e le badanti  ai genitori. Bonino ritiene che il pensionamento anticipato per molte donne è una trappola, e sottolinea come tutta l’Europa va verso l’equiparazione dell’età del pensionamento. Inoltre il differenziale vigente in Italia è oggetto di una procedura d’infrazione comunitaria per quanto riguarda l’impiego pubblico. I detrattori della proposta, numerosi tra i datori di lavoro e i sindacati, dicono che i cinque anni di lavoro in meno indennizzano le donne per il peso del lavoro domestico e di cura. Bonino ribatte che sarebbe molto meglio  investire nelle “pratiche di conciliazione”, cioè asili nido, strutture per anziani… Bonino sa che questa proposta avrà una difficile accoglienza e sa anche perché. Sono in molti, infatti, a pensare che il ruolo della donna è all’interno della famiglia e che il lavoro è uno sgradevole incidente che è bene contenere. Ma le donne per prime sanno che senza i loro soldi la famiglia non cammina e i figli non si fanno.
Bonino sa che la sua proposta è pesante, ma sa che le prime a seguirla saranno, come sempre quando si deve cambiare, le donne.

da La pagina di Tiziana- nogod.it


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